riccardo 的个人资料Pirata del destino照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
|
7月31日 Il Canto della notte (F.W. Nietzsche)E' notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti.
E anche l'anima mia è una zampillante fontana.
E' notte: solo ora si destano tutti i canti degli amanti. E anche l'anima mia è il canto di un amante.
Qualcosa di insaziato, insaziabile è in me; e vuol farsi sentire. Una brama d'amore è in me; anch'essa parla il linguaggio dell'amore.
Luce io sono: ah, fossi notte! Ma questa è la mia solitudine, che io sia recinto di luce!
E allora vorrei benedire anche voi, piccole stelle scintillanti e lucciole lassù! - ed essere beato dei vostri doni di luce.
Ma io vivo nella luce mia propria, io ribevo in me stesso le fiamme che da me erompono.
Io non conosco la felicità di colui che prende, e spesso ho sognato che nel rubare più che nel prendere, dovesse essere beatitudine.
Questa è la mia povertà, che la mia mano mai si riposi dal donare; questa la mia invidia, che io veda occhi in attesa e le notti rischiarate dal desiderio.
Oh infelicità di tutti coloro che donano! Oh,eclisse del mio sole! Oh, brama di bramare! Oh, famelicità nella sazietà!
Essi prendono da me, ma io riesco a toccare la loro anima? Un abisso è tra dare e prendere; e l'abisso più stretto è anche il più difficile da superare.
Una fame cresce dalla mia bellezza: io vorrei far male a coloro per i quali riluco, vorrei derubare coloro che hanno accolto i miei doni: - tanta è la mia fame di cattiveria.
Ritrarre la mano, quando già le si protende una mano; esitare come la cascata che precipitando esita ancora - tanta è la mia fame di cattiveria.
Questa è la vendetta che la mia abbondanza sogna; questa perfidia sgorga dalla mia solitudine.
La mia felicità nel donare si estinse nel donare, la mia virtù divenne stanca di sè stessa, del suo sovrabbondare!
Il pericolo di colui che sempre dona è di perdere il pudore; chi sempre distribuisce, la sua mano e il suo cuore si incalliscono a forza di donare.
Il mio occhio non trabocca più per la vergogna di coloro che chiedono; la mia mano divenne troppo dura per il tremito di mani ricolme.
Dov'è ormai la lacrima del mio occhio e il pudore del mio cuore? Oh, solitudine di tutti coloro che donano! Oh, taciturnità di tutti coloro che rilucono!
Molti soli si aggirano nello spazio deserto: a tutto quanto è oscuro essi parlano con la loro luce, - e per me tacciono.
Oh, questa è l'inimicizia della luce contro ciò che riluce, senza pietà essa corre le sue orbite.
Ingiusto nell'intimo del cuore verso ciò che riluce: freddo verso i soli, - così corre ciascun sole.
Simili a una tempesta volano i soli e le loro orbite, questo è il loro andare. Essi seguono la loro volontà inesorabile, questa è la loro freddezza.
Oh, voi, voi oscuri, voi notturni, vi create calore da ciò luce! Oh, voi solamente bevete latte e ristoro dalle mammelle della luce!
Ahimè, ghiaccio è intorno a me, la mia mano si brucia al gelo! Ahimè, sete è in me, assetata della vostra sete!
E' notte: dover esser luce! E sete di notturno! E solitudine!
E' notte: ecco, il mio desiderio erompe da me come una sorgente - il mio desiderio è di parlare.
E' notte: ora parlano più forte le fontane zampillanti.
E anche l'anima mia è una zampillante fontana.
E' notte: solo ora si destano tutti i canti degli amanti. E anche l'anima mia è il canto di un amante.
Così cantò Zarathustra. 7月24日 Capitan HarlockUna benda nera sull'occhio destro, una lunga cicatrice sulla guancia sinistra e un teschio bianco con due tibie incrociate sul petto. Si tratta evidentemente di un pirata, ma non di un pirata qualunque, bensì di Capitan Harlock: il pirata dello spazio. Come accadde per gli antichi predoni del mare, anche Harlock, pirata del futuro, è avvolto da un'aura leggendaria, continuamente alla ricerca della libertà: " Il mio sogno è sempre stato vivere come un uomo che, in ogni momento della propria esistenza, è pronto a partire a bordo del proprio vascello, per mari sconosciuti, lasciandosi dietro tutto il proprio passato senza rimpianto", afferma deciso avvolto nella propria cappa nera volgendo lo sguardo verso lo spazio infinito. Con la sua astronave, Arcadia, Harlock non solca i mari, bensì il cosmo, unico spazio che sembra poter contenere la sua voglia di avventura, il suo desiderio di viaggiare, la sua necessità di libertà. Anarchico e indipendente, spesso in contrasto con gli altri uomini, Harlock non ha però scordato il proprio pianeta di origine, la Terra, ed è sempre pronto a battersi per difenderla!
7月14日 Franti cacciato dalla scuola (tratto dal libro Cuore)21, sabato
Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s'inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni ch'egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffe. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre giorni, e tornò più tristo e più insolente di prima. Derossi gli disse un giorno: - Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, - ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: - Franti! fuori di scuola! - Egli rispose: - Non son io! - Ma rideva. Il maestro ripeté: - Va' fuori! - Non mi muovo, - rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti; si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un'espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. - Dopo trent'anni che faccio scuola! - esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano dall'ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s'alzò e disse: - Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. - E allora egli si rasserenò un poco e disse: - Riprendiamo la lezione, ragazzi. |
|
|